La
vita di san Josemaría Escrivá
1.
Orme sulla neve
Josemarìa Escrivá nasce il 9 gennaio 1902 nella
cittadina di Barbastro, in Spagna, ai piedi dei Pirenei. È
il secondogenito di un commerciante di stoffe, José
Escrivá, e di Dolores Albás; una famiglia
normale, di solide radici cristiane, che presto deve affrontare una
serie di aspre prove: dapprima la morte in tenera età di tre
sorelline, nate dopo Josemarìa, e quindi il fallimento della
ditta paterna. José Escrivá è
costretto a cambiare città e a cercarsi un impiego modesto:
nel 1915 la famiglia Escrivá si trasferisce a Logrono.
Nel
1917 Josemarìa ha quindici anni, ed è studente di
liceo. Nella nuova città non ha tardato a farsi diversi
amici tra i coetanei. A scuola dimostra una spiccata predilezione per
la letteratura e la storia.
Un
mattino d'inverno, durante le vacanze natalizie 1917-18, scorge sulla
neve, che nella notte ha ricoperto le vie, ancora immacolata, delle
impronte di piedi nudi. Non è difficile risalire a chi le ha
lasciate, dato che lo si vede ancora: è padre
José Miguel, del vicino convento dei carmelitani scalzi.
Josemarìa resta molto colpito dall'episodio, tanto che si
sente personalmente chiamato a essere altrettanto generoso con Dio.
Inizia a pregare più intensamente di quanto non facesse
prima. È l'età in cui le buone convinzioni
ereditate in famiglia si interiorizzano o vanno smarrite: nel cuore di
Josemarìa quanto ha appreso dai genitori si salda al nuovo,
forte sentimento che Dio va ispirandogli. Prende ad andare a Messa ogni
giorno, facendo la Comunione, e medita a lungo sulla chiamata che il
Signore può rivolgergli. Che ci sia, ormai non ha
più dubbi; ma gli resta oscuro che cosa, in concreto, Dio
voglia da lui.
Alla
fine prende una decisione: diverrà sacerdote. Molti anni
dopo spiegherà così questa scelta:
"Perché mi son fatto sacerdote? Perché pensai che
in questo modo sarebbe stato più facile compiere una
volontà di Dio che non conoscevo. Da circa otto anni prima
dell'ordinazione la presentivo, ma non sapevo che cosa fosse, e non lo
seppi fino al 1928. Per questo mi feci sacerdote" (1). Si
rivolge a Dio e alla Madonna. Gli pare particolarmente appropriata
l'esclamazione del cieco Bartimeo, che nel Vangelo invoca
Gesù: "Signore, fa' che io veda!". E aggiunge: "Fa' che sia,
che si compia la tua volontà! Madonna mia, che sia!".
Poi
va da suo padre e gli comunica la scelta. Per José
è un'altra dura prova - aveva altri progetti per l'unico
figlio maschio - ma non si oppone al volere di Dio, e anzi agevola in
tutti i modi la decisione di Josemarìa.
Questi è dapprima alunno esterno del seminario di Logrono,
quindi si trasferirà a Saragozza, nel 1920, per ultimarvi
gli studi di teologia. Però non ha dimenticato il dolore
paterno, e chiede al Signore di colmare il vuoto che la sua decisione
lascia in famiglia. La sua preghiera è esaudita: il 28
febbraio 1919 nasce il fratello Santiago.
Nel
1923, mentre è alunno del seminario di Saragozza, inizia
contemporaneamente gli studi di giurisprudenza
nell'università statale; anche in questo segue un saggio
consiglio di suo padre.
Due avvenimenti, uno doloroso e l'altro lieto, giungono alla
conclusione del 1924. Il 27 novembre, d'improvviso, muore suo padre, e
il 20 dicembre Josemarìa riceve il diaconato.
Frattanto
la sua vita di preghiera si va approfondendo: vive il rapporto con Dio
come un colloquio intimo, da figlio a padre, e ha preso l'abitudine di
cercare momenti di raccoglimento in cui questo dialogo si alimenta e
trova forza, per poi proseguire in ogni istante della giornata, mentre
è immerso nelle più svariate attività.
È per questa via che verrà la risposta sul suo
futuro. Perciò dedica alla preghiera tutto il tempo che gli
è possibile, giungendo a passare notti intere in adorazione
dell'Eucaristia, dove Cristo stesso "ci aspetta da venti secoli".
Riceve
l'ordinazione sacerdotale il 28 marzo 1925, nella chiesa del seminario,
che gli è molto cara per le tante ore di preghiera che vi ha
trascorso; celebra la sua prima Messa solenne nel santuario mariano del
Pilar, dov'è andato a supplicare la Madonna almeno una volta
al giorno da quando vive a Saragozza. Ora è sacerdote, al
pieno servizio della Chiesa. Il primo incarico lo porta per alcune
settimane a Perdiguera, un villaggio situato ai piedi della Sierra de
Alcubierre. Un borgo rurale, meno di mille abitanti. Gente umile, di
poche risorse, che però accoglie il giovane sacerdote con
grande affetto. Don Josemarìa non dimenticherà la
"lezione dello Spirito Santo" ricevuta tramite il figlioletto del
contadino che lo ospitava, al quale aveva chiesto che cosa avrebbe
fatto se fosse stato molto ricco: "Mi mangerei certi piatti di zuppa
col vino!". Ecco a che cosa potevano ridursi le ambizioni umane:
l'unica aspirazione degna della capacità di infinito che
pulsa nel cuore dell'uomo è quella di Dio.
Tornato
a Saragozza, presta la propria opera come cappellano della chiesa di
San Pietro Nolasco; si dedica pure alla catechesi e ad altri compiti
pastorali. Inoltre prosegue gli studi di legge e, per mantenere la
madre, la sorella Carmen e il fratello Santiago (che abitano con lui),
impartisce lezioni private.
Nel
gennaio 1927 si laurea in legge. Il 19 aprile si trasferisce a Madrid,
con il permesso dell'arcivescovo, per ottenere il dottorato in diritto
civile nell'università della capitale. Continua a pregare, e
il Signore lo ricambia illuminandolo e confortandolo in più
occasioni; però la luce definitiva non arriva ancora.
È nominato cappellano del Patronato per i malati, e svolge
un'instancabile opera di apostolato: prepara migliaia di bambini alla
Confessione e alla Comunione, accudisce malati e invalidi negli
ospedali, si dedica alle opere di misericordia nei sobborghi
più indigenti di Madrid.
2. L'Opus Dei
II 2 ottobre 1928 il Signore risponde alle sue ripetute invocazioni.
Nella quiete della stanza in cui sta svolgendo alcuni giorni di ritiro,
nella casa dei Missionari di San Vincenzo de Paoli, a un tratto
Josemarìa Escrivá "vede" l'Opus Dei. È
un'ispirazione dettagliata, definitiva, precisa, che potremmo
riassumere con le parole che pochi anni più tardi
trascriverà in Cammino: "Hai l'obbligo di santificarti.
Anche tu. - Chi pensa che la santità sia un impegno
esclusivo di sacerdoti e di religiosi? A tutti, senza eccezione, il
Signore ha detto: "Siate perfetti, com'è perfetto il Padre
mio che è nei cieli"" (2).
Un
ideale, un messaggio, allo stesso tempo altissimo e rivolto a tutti:
uomini di ogni razza, lavoro, età. Lui dovrà
essere il messaggero incaricato di ricordare a commercianti e operai,
contadini e avvocati, farmacisti e professori, studenti e sportivi che
Dio li aspetta proprio lì, nei loro impegni quotidiani. Non
è vero quello che molti pensano: che l'impegno negli affari
del mondo sia un ostacolo per vivere il cristianesimo. Se fosse
così, solo i monaci andrebbero in cielo. No:
Gesù, che per darci l'esempio ha lavorato per trent'anni in
una bottega, vuole che tutti lo imitino, ciascuno al suo posto. Dio ha
grande fiducia negli uomini: li tratta come figli, e dà loro
il mondo in mano, come la vigna della parabola, perché lo
lavorino e glielo restituiscano migliorato. Questo lo diceva
già la Bibbia, lo ripete il Vangelo da venti secoli:
perché, allora, in tanti l'hanno scordato?
Don
Josemarìa è felice, e al tempo stesso sgomento.
Da dove cominciare? "Conoscere Cristo, farlo conoscere; portarlo
dappertutto", annota su un foglietto. Quanto a sé, si sente
ben poca cosa, uno "strumento inetto e sordo". Rievocando quei momenti,
dirà in seguito: "Io avevo ventisei anni, grazia di Dio e
buon umore: nient'altro. Ma se gli uomini, per scrivere, usano la
penna, il Signore si serve della gamba del tavolo, perché si
veda che è Lui a scrivere: questa è la cosa
incredibile, la cosa meravigliosa". Dopo attente ricerche si accerta
che non esiste alcuna istituzione che si proponga come fine la
promozione della santità in mezzo al mondo, attraverso il
lavoro ordinano e senza cambiare di stato: gli toccherà
aprire la strada. Ma per ora non si preoccupa di strutture: invece
avvicina operai e studenti universitari - ne incontra tanti nel suo
ministero, in giro per le strade di Madrid - e comincia a sussurrare
all'orecchio dell'uno e dell'altro: "Perché non ti dai a Dio
una buona volta..., sul serio..., adesso?" (3). Anche il nome dell'impresa a cui
si è accinto verrà cammin facendo: a dargli lo
spunto è il commento del suo confessore che gli chiede
notizie di "quell'opera di Dio"; ecco, si chiamerà proprio
così, Opera di Dio, Opus Dei.
Nello
stesso periodo, il 14 febbraio 1930, mentre sta celebrando la Santa
Messa, Dio gli mostra che anche le donne dovranno far parte dell'Opus
Dei: l'invito a santificare la vita quotidiana dovrà essere
rivolto anche alla madre di famiglia, all'infermiera, alla giornalista,
alla insegnante.
A
poco a poco sorgono le vocazioni. Fra i primi a rispondere è
un suo vecchio compagno di liceo, ormai ingegnere. Si chiama Isidoro
Zorzano, e morrà prematuramente il 15 luglio 1943.
L'ideale che don Josemarìa ha ricevuto è tanto
vasto da abbracciare tutto il mondo: non ci si può certo
limitare a Madrid. Però "sulla terra tutto ciò
che è grande è cominciato piccolo" (4); e
intanto, mentre già pensa a tutta la Spagna e al resto
dell'Europa, nel dicembre 1933 apre un piccolo centro, che chiama
Accademia DYA. La sigla, in spagnolo, sta per "diritto e architettura";
ma lui la traduce volentieri con "Dio e audacia". Vi si danno lezioni
di approfondimento a studenti universitari, e l'ambiente è
così accogliente, malgrado l'evidente povertà di
mezzi, che quanti lo frequentano vi si trovano come in famiglia.
È una caratteristica che l'Opus Dei non perderà
mai; il fondatore, che ha imparato la fede dai genitori, sa quanto
l'affetto umano avvicini a Dio. È anche per questo che
tutti, spontaneamente, si sentono così fratelli tra loro e
figli suoi che iniziano con semplicità a chiamarlo "Padre";
l'Opera è una "bella famigliola", come gli piace dire, e "il
Padre" ne sarà sempre il fondamento.
Don
Josemarìa ha molto da fare: deve assolvere i molteplici
impegni del ministero sacerdotale, da una parte all'altra di Madrid,
predicando e amministrando i sacramenti; deve seguire l'Accademia e
guidare un numero crescente di uomini e donne sulla strada che Dio gli
ha indicato. Le energie non bastano mai. Per questo, e per dare un
riferimento costante ai tanti che glielo chiedono, nel 1934 pubblica un
libro, che nel 1939 verrà ristampato in edizione ampliata.
Si chiamerà Cammino, e oggi, con 250 edizioni e quasi
quattro milioni di copie pubblicate, è ormai un classico di
spiritualità cristiana, letto e meditato in tutto il mondo
da uomini e donne di ogni età.
Contiene
999 punti di meditazione, nei quali ha riversato la sua esperienza
sacerdotale. Ogni punto giunge al cuore del lettore con forte
incisività, aiutandolo a intrattenere un dialogo con Dio
nella vita di tutti i giorni e ad assumersi risolutamente i propri
doveri. Il primo punto sintetizza questo programma di vita eroicamente
ordinario: "Che la tua vita non sia una vita sterile. - Sii utile. -
Lascia traccia. - Illumina con la fiamma della tua fede e del tuo
amore. Cancella, con la tua vita d'apostolo, l'impronta viscida e
sudicia che i seminatori impuri dell'odio hanno lasciato. - E incendia
tutti i cammini della terra con il fuoco di Cristo che porti nel cuore".
La
crescita dell'Opera è promettente, ma subisce una brusca
battuta d'arresto: il 18 luglio 1936 scoppia infatti la guerra civile
che lacera la Spagna per quasi tre anni. A Madrid la furia
antireligiosa è tale che i sacerdoti, se riconosciuti,
vengono uccisi per la strada. Don Josemarìa, dopo mesi di
vita e di predicazione clandestina, deve tentare la fuga. Con pochi
compagni intraprende un viaggio a piedi, estenuante e rischiosissimo,
attraverso i Pirenei. Il 2 dicembre 1937 varca la frontiera della
piccola Repubblica indipendente di Andorra, e quindi giunge a Burgos,
città sottratta all'incalzare della guerra. Da qui si
preoccupa di raggiungere, tramite lettere o viaggi, tante persone
conosciute prima del conflitto (molte delle quali sono disperse lungo
il fronte), confortandole ed esortandole a mantenersi salde nella vita
di preghiera.
La
guerra civile termina nell'aprile 1939; ma quasi contemporaneamente il
mondo intero piomba in un altro conflitto. L'espansione all'estero
è rimandata fino alla fine della seconda guerra mondiale; ma
intanto si consolida quella in Spagna: altri centri dell'Opera si
aprono in molte città, e giungono nuove vocazioni; il Padre
guida questo sviluppo e al tempo stesso è lieto di
constatare che quanti lo hanno seguito per primi si fanno subito carico
di trasmettere ad altri, con gioia e senso di
responsabilità, il dono che hanno ricevuto. D'altra parte
non tutti capiscono quest'ideale nuovo erivoluzionario, che
già i primi cristiani vivevano con tanta naturalezza.
Nascono
anche forti opposizioni, e c'è chi va dicendo che don
Escrivá è un pazzo o un eretico, e che predicando
una "santità per tutti", nella vita di ogni giorno, diffonde
un'assurda chimera. Ma l'arcivescovo di Madrid ha preso subito l'Opera
sotto la sua protezione; contemporaneamente - a conferma che va
diffondendosi la sua fama di sacerdote santo - sono numerosi i vescovi
che lo invitano a predicare al clero delle loro diocesi. In una di
queste occasioni, il 22 aprile 1941, mentre a Lérida sta
dirigendo gli esercizi spirituali di un gruppo di sacerdoti, viene
informato che a Madrid sua madre è morta repentinamente.
3. A Roma e nel mondo
Passano gli anni, e l'Opus Dei cresce. Il 23 giugno 1946 don Josemaria
si trasferisce a Roma. Nella Città eterna, cuore della
Chiesa, scorge la sede più appropriata per un'istituzione
che dovrà giungere in ogni angolo del mondo. Nel frattempo
sono successi due avvenimenti significativi: il 14 febbraio 1943,
sempre mosso da Dio, don Josemarìa ha fondato la
Società sacerdotale della Santa Croce, che, oltre a
consentire l'ordinazione sacerdotale di membri laici dell'Opus Dei e la
loro piena dedizione agli apostolati dell'Opera stessa,
permetterà anche ai sacerdoti delle diverse diocesi di
seguire questo cammino di santificazione attraverso il lavoro,
mantenendosi in esclusiva dipendenza dal proprio vescovo. Inoltre, il
25 giugno 1944, hanno ricevuto gli Ordini sacri tre membri dell'Opera.
Da allora a oggi sono più di 1500 i membri dell'Opus Dei che
hanno ricevuto il sacerdozio.
A
Roma il fondatore stimola e consolida la crescita dell'Opus Dei; nel
1947 ottiene l'approvazione pontificia dell'Opera, indispensabile per
garantirne lo sviluppo in tanti Paesi dei cinque continenti. Da Roma
egli guida l'espansione in tutto il mondo e anzitutto nella stessa
Città eterna e in Italia. Il primo obiettivo è
agevolato dall'affetto con cui il papa Pio XII accoglie il fondatore -
di questi lo stesso Pontefice dirà: "È un vero
santo, un uomo mandato da Dio per i nostri tempi" -, e dall'amicizia
mostratagli dal giovane Sostituto della Segreteria di Stato, monsignor
Giovanni Battista Montini, che poi sarà Paolo VI. Ma gli
ostacoli da superare sono proporzionali alla novità
dell'Opera, e passeranno anni prima di giungere alla definizione di una
veste giuridica che l'accolga per quello che è, una
istituzione della Chiesa che aiuta i comuni cristiani a cercare la
santità nella realtà più ordinaria. Vi
si arriverà solo dopo la morte di monsignor
Escrivà, il 28 novembre 1982, con l'erezione dell'Opus Dei
in prelatura personale, nuova realtà pastorale voluta dal
concilio Vaticano II, che rispecchia il carisma e l'identità
dell'istituzione secondo la volontà del fondatore.
Il
secondo obiettivo, l'espansione dell'apostolato, presenta a sua volta
forti difficoltà. Quelle economiche, anzitutto: a Roma, come
dappertutto, l'insediamento dei primi membri dell'istituzione comincia
senza una lira e con molta fiducia in Dio. Il motto "Dio e audacia",
che il Padre aveva coniato ai tempi dell'Accademia DYA, resta
pienamente attuale. Tra loro non vi sono personalità
influenti: attorno al Padre sono quasi tutti ragazzi e ragazze men che
trentenni, venuti con lui dalla Spagna, che frequentano le
università e fanno amicizia con colleghi italiani. Lo stesso
accade altrove: entro l'anno altri si sono trasferiti in Portogallo, e,
negli anni successivi, in Francia, Inghilterra e Irlanda. Ogni anno si
aggiungeranno nuovi Paesi: nel 1949 il Messico e gli Stati Uniti, nel
1950 Argentina e Cile, nel 1951 Venezuela e Colombia, nel 1952 la
Germania, nel 1953 Perù e Guatemala, nel 1954 l'Ecuador, nel
1956 l'Uruguay e la Svizzera, nel 1958 il Giappone e il Kenya, nel 1963
l'Australia... Oggi appartengono all'Opera persone di ottanta
nazionalità diverse, sparse per i cinque continenti, che
vivono lo stesso spirito nella grande varietà di lingue e
culture.
Il
16 giugno 1950, festa del Sacro Cuore di Gesù, Pio XII
concede all'Opus Dei la definitiva approvazione; con essa il fondatore
ottiene dalla Santa Sede di poter ammettere in qualità di
cooperatori dell'Opus Dei anche persone non cristiane. Ciò
caratterizza l'apostolato dell'Opera, che si svolge dappertutto e fonda
i valori cristiani che propone su coerenti ideali umani, condivisibili
da ogni uomo di buona volontà. Benché i membri
dell'Opera siano chiamati a vivere pienamente la fede soprattutto nella
personale vita di lavoro e di famiglia, spesso accade che lo spirito di
servizio induca alcuni di loro a dar vita, insieme ad altre persone, ad
attività assistenziali di vario tipo, improntate a criteri
professionali e che si basano su solidi valori umani. Ve ne sono in
tutto il mondo: centri di insegnamento, collegi studenteschi, scuole
agrarie per contadini, centri di formazione per operai, ambulatori
medico-sociali in zone povere e via dicendo. È logico che
tanti uomini e donne, anche non credenti, siano attratti da un impegno
così serio e vasto; ed è altrettanto logico che
spesso vi trovino occasione per accogliere il dono della fede
cristiana, che poggia su tutto ciò che di buono vi
è nell'uomo.
Nell'aprile
1954 Josemarìa Escrivá guarisce repentinamente da
una grave forma di diabete, che lo affliggeva da dieci anni: un giorno,
all'improvviso, cade in un coma anafilattico apparentemente
irreversibile, ma dopo pochi minuti si riprende, ritrovandosi
pienamente e definitivamente guarito.
Nella sede centrale dell'Opera, a Roma, continua a guidare la crescita
dell'Opus Dei. Sebbene sia Padre di una prole spirituale sempre
più numerosa, il suo modo di vivere non ha niente di
straordinario, né di clamoroso. Fin dagli anni della
giovinezza ha desiderato "nascondersi e scomparire, perché
brilli solo Gesù", e si attiene decisamente a questa
condotta.
Governa
l'Opera, ma non si abbandona ad alcun gesto di presenzialismo rumoroso.
Com'è normale, la crescita dell'istituzione comporta lo
sviluppo di un'ampia mole di corrispondenza, ed è tra queste
carte che ora passa buona parte della giornata. Però ogni
giorno dedica parecchio tempo anche a ricevere chiunque voglia
incontrarlo: figli suoi che passano da Roma, amici, conoscenti, prelati
della curia romana, vescovi di tutti i Paesi, desiderosi di attingere
alla ricchezza della sua vita interiore e della sua esperienza
pastorale, sacerdoti e religiosi, gente che ha semplicemente desiderio
di conoscerlo. Inoltre non ha certo smesso di predicare, di dedicarsi
alla formazione spirituale e dottrinale delle tante persone che lo
circondano. Negli anni ha pubblicato pure altri libri, che derivano,
come Cammino, dalla sua vasta esperienza sacerdotale, e si spargono in
tutto il mondo come semi che daranno frutto nel cuore di tante persone.
Tra questi vi sono Il santo Rosario (1934), Colloqui con Monsignor
Escrivá (raccolta di interviste, 1968), È
Gesù che passa (omelie, 1973). Postumi usciranno Amici di
Dio (omelie, 1977), Via Crucis (1981), Solco (1986) e Forgia (1987).
4. Le "scorribande apostoliche"
Innamorato com'è del Signore, monsignor Escrivá
arde dal desiderio di vedere la fede spargersi dappertutto come un
contagio benefico. È consapevole che non c'è
altra strada: o gli uomini incontrano Cristo per le strade del loro
mondo, o sulla terra non vi saranno mai la felicità e la
pace. Per questo soffre profondamente nel vedere che, invece, il mondo
sembra allontanarsi con indifferenza dal Creatore. D'altra parte
è certo che la Chiesa vincerà le tenebre,
perché è il Corpo mistico di Cristo, assistita
dallo Spirito Santo, e dunque "eternamente bella, eternamente pura,
eternamente limpida" (5);
e a proposito del Papa gli piace ripetere l'ardente espressione di
santa Caterina da Siena, che lo chiamava "il dolce Cristo in terra". Ha
seguito con trepidazione e con gioia, dal 1962, l'aprirsi e lo
svolgersi del concilio Vaticano II, che ha solennemente proclamato
quella "vocazione universale alla santità" che è
il cuore stesso dell'Opus Dei. Ma gli splendidi frutti del Concilio non
sempre trovano adeguata applicazione, e frattanto vaste folle di
persone restano nella confusione e nell'ignoranza.
Per
quanto sta a lui, può reagire con uno strumento di grande
potenza: la preghiera. Da sempre la Messa è il centro della
sua vita di preghiera, e la sua fede nell'Eucaristia colpisce quanti
assistono alla sua celebrazione. Per lui, infatti, non è
concepibile provare per Dio un affetto astratto, disincarnato:
"Dobbiamo rivolgerci al Signore col nostro cuore di uomini; col cuore
che abbiamo avuto per amare i nostri genitori, con pietà
filiale; col cuore con cui ci vogliamo bene tra di noi". È
lo stesso convincimento interiore che lo spinge in pellegrinaggio nei
santuari mariani, famosi o sconosciuti: Lourdes, Fatima, il Divino
Amore, Pompei, Loreto e tanti altri. Supplica Maria con la fede
fiduciosa di un figlio piccolo, chiedendole di sostenere la Chiesa e il
romano pontefice. Dal 15 maggio al 22 giugno 1970 si recherà
in Messico, in visita penitenziale al santuario della Madonna di
Guadalupe. Ha anche promosso la costruzione di un nuovo santuario
mariano, a Torreciudad, sui Pirenei, dove le pietre stesse daranno
testimonianza del suo amore appassionato per la Vergine.
Di
questo periodo è anche un'altra risoluzione, che, nella sua
umiltà, gli costa un grande sforzo: intraprenderà
lunghi giri di catechesi itinerante - li definirà
"scorribande apostoliche" - che, tra il 1972 e il 1975, lo porteranno
prima a ripercorrere tutta l'Europa e poi a recarsi in America, in
viaggi catechetici estenuanti e ricchi di frutti. Da un Paese
all'altro, incontrando decine di migliaia di persone,
ripeterà l'invito amoroso di Cristo a seguirlo nelle
occupazioni di ogni giorno, senza lasciare il proprio posto, portando a
Dio anche le mansioni più umili e gli avvenimenti
più comuni. Questa catechesi avrà caratteristiche
peculiari, com'è peculiare lo spirito che Escrivá
incarna e diffonde dal 1928: si tratterà di incontri dal
clima familiare, aperti a ogni tipo di persone, in cui molti degli
intervenuti apriranno il cuore con domande anche molto personali circa
i problemi che si trovano ad affrontare, e il Padre
risponderà con affetto e con chiarezza, mettendo ciascuno di
fronte all'amore di Dio e alla bellezza di una fede senza mezze misure.
Gli
chiederanno come educare i figli alla fede e come rispettarne la
libertà; come svolgere bene il lavoro e come conciliarlo con
la vita di preghiera; come avvicinare un amico alla Confessione e come
correggere un'opinione errata; come può santificarsi una
collaboratrice domestica e come può farlo un'attrice. Ci
saranno momenti di commozione generale e altri di attenzione vivissima,
sebbene spesso le persone presenti siano tante che è stato
necessario affittare un grande teatro per ospitarle: la
personalità del Padre attrae, cattura, e, soprattutto,
lascia trasparire la prossimità di Dio e uno straordinario
calore umano. Non mancano gli applausi e i ringraziamenti; ma su questo
il Padre è chiaro e netto: "Tutti dobbiamo ringraziare il
Signore" - ribatte con dolcezza e decisione a una signora che vuole
ringraziarlo per le sue parole -: "non me. Dio scrive una lettera, poi
la mette in una busta. La lettera si toglie dalla busta, e la busta si
butta nel cestino".
Ha
sete di anime, da offrire a Cristo. È sempre Lui, infatti,
il vero centro e il motore delle sue giornate; se a oltre settant'anni
ha attraversato l'Atlantico, se fa "il giullare di nostro Signore" in
giro per il mondo - come afferma scherzosamente in molti di quegli
incontri familiari - è per amor suo. Perciò non
si accontenta delle parole, ma esorta tutti a una vera conversione, che
deve necessariamente passare tramite i sacramenti, dai quali viene la
grazia. Dice senza mezzi termini ai suoi ascoltatori: "Se anche una
sola persona che abbia condotto una vita un poco trascurata ora torna
indietro e si confessa, non avrò perduto il tempo".
5. La seconda nascita
A settant'anni si sente ed è ancora molto giovane,
benché il suo prodigarsi lo porti spesso vicino allo
sfinimento. Da qualche tempo, nell'intimità della preghiera,
offre spesso la sua vita per la Chiesa, "perché si abbrevi
il tempo della prova".
Il 28 marzo 1975, che coincide col Venerdì Santo, celebra
nell'intimità le sue nozze d'oro sacerdotali. Muore
improvvisamente il 26 giugno, nella sua stanza di lavoro,
all'età di settantatré anni. Il giorno dopo viene
sepolto nella cripta della chiesa di Santa Maria della Pace, nella sede
centrale dell'Opus Dei, a Roma, mentre da ogni parte del mondo si
levano suffragi per la sua anima. L'Opus Dei conta, alla sua morte,
oltre 60.000 membri in tutto il mondo: sacerdoti e laici, uomini e
donne, giovani e anziani, sposati e celibi.
Se a questa data, con la sua "nascita al cielo", la vita terrena di
Josemarìa Escrivá può dirsi conclusa,
ben lontana dalla conclusione è l'efficacia della sua
esistenza.
Migliaia
di persone iniziano ad affidarsi fiduciosamente alla sua intercessione
presso Dio, affidandogli piccole e grandi questioni personali, di
carattere materiale o spirituale. Il 19 febbraio 1981 viene
solennemente inaugurato il processo di beatificazione, la cui apertura
è stata chiesta al Papa con circa 6.000 lettere
postulatorie, da oltre 100 Paesi; fra gli altri 69 cardinali, 241
arcivescovi, 987 vescovi (più di un terzo dell'episcopato
mondiale) e 41 superiori generali di ordini e congregazioni religiose,
oltre a numerosi capi di Stato e di governo, esponenti del mondo della
cultura e della scienza, innumerevoli fedeli.
Alla
sede della Postulazione della causa di beatificazione continuano ad
affluire, a un ritmo impressionante che tuttora non accenna ad
affievolirsi, relazioni firmate di grazie e favori ricevuti tramite
monsignor Escrivá: se ne conservano attualmente oltre
80.000, ad attestare la fama di santità del Servo di Dio. Le
hanno scritte persone di ogni tipo, che in grandissima parte non solo
non sono membri dell'Opus Dei, ma nemmeno sono in contatto con la
prelatura.
Monsignor
Escrivá non ha smesso di tenere a ciò cui ha
dedicato la vita intera: parecchie di queste relazioni parlano di
problemi di lavoro che si risolvono, di famiglie che si rinsaldano
nell'affetto, di conversioni, di vocazioni. A volte invece si tratta di
favori materiali, piccoli o grandi.
Esistono miracoli veri e propri, la cui inesplicabilità
scientifica è stata accertata: per esempio la guarigione
chiaramente prodigiosa, in una sola notte, della religiosa spagnola
suor Concepción Boullón Rubio da una forma
tumorale e da vari altri mali. Tale guarigione, prescelta tra numerosi
casi analoghi di cui si allegava completa documentazione clinica,
è stata studiata dalla Santa Sede tramite i propri
Consultori medici e teologi, che ne hanno comprovato la
verità, com'è attestato dal decreto pontificio
che, letto ufficialmente il 6 luglio 1991, ha completato la causa di
beatificazione di monsignor Escrivá. Il 17 maggio 1992
è la data in cui Giovanni Paolo II, nel corso di una solenne
celebrazione in piazza San Pietro, proclama beato Josemarìa
Escrivá.
6. Giudizi su Josemarìa
Escrivá
I Consultori della Santa Sede che hanno studiato i materiali presentati
per la Causa di beatificazione di Josemarìa
Escrivá, che per legge sono rigorosamente anonimi, hanno
lasciato ampia testimonianza scritta del ruolo e dell'influsso di
Josemarìa Escrivá nella vita della Chiesa e del
nostro tempo:
- "In questi ultimi secoli, forse mai come nel Servo di Dio
Josemarìa Escrivá de Balaguer si è
registrata una sintonia ed un accordo quasi universale, anche a livello
geografico e di differente cultura, nell'acclamarlo come grande amico
di Dio e grande benefattore dell'umanità".
- "Forse non andiamo errati se diciamo che si tratta della Causa del
maggior apostolo di questo nostro secolo".
- "Il Maestro della spiritualità per il nostro tempo (...),
l'uomo mandato da Dio per rinnovare e ravvivare lo spirito cristiano in
un mondo indifferente e distratto che abbisogna di venire
rievangelizzato".
- "Credo che il Servo di Dio sia un grande dono fatto da Dio alla
Chiesa del nostro tempo (...). Vedo in lui un grande maestro di vita
spirituale non solo per i fedeli, quale antesignano della vocazione
universale dei fedeli alla santità, ma anche del clero e dei
religiosi in quest'epoca piuttosto critica della vita della Chiesa".
- "Una figura spirituale che veramente (occorre dirlo?) giganteggia nel
ciclo della Chiesa del secolo XX".
- "La sua missione continua oltre la morte, e con quelle
caratteristiche che sono proprie di quei santi che hanno qualcosa da
dire al mondo di oggi".
- "Un modello compiuto e attraente della santità di cui ha
più bisogno il mondo contemporaneo".
- "Se si prende in considerazione la fama di santità,
confermata da segni quasi innumerevoli in ogni parte del mondo, oltre
ad una grande figura di santo, la Chiesa si sta interessando di un
grande taumaturgo come nei tempi più luminosi della sua
storia".
Tra
i numerosi giudizi pubblici espressi in questi anni sulla figura di
Josemarìa Escrivá abbiamo scelto, per concludere,
quelli di alcuni cardinali:
-
"L'idea matrice di mons. Escrivá permette di avvicinarlo a
san Benedetto, per la forza santificatrice del lavoro, e a san
Francesco, per il senso del divino a contatto della creatura nel suo
essere e nel suo operare" (card. Pietro Parente).
-
"Non c'era in lui nessuna conversazione, nessun gesto, nessuna
iniziativa, nulla, che non fosse eo ipso catechesi e apostolato. E non
ci fu nessun incontro, nessun colloquio con lui che non mi abbia
procurato nuovo slancio, maggior amore al Signore e alla Chiesa,
maggior forza nella fede. Probabilmente ci sono poche
personalità nella storia della Chiesa - specialmente oggi -
la cui importanza per la Chiesa stessa sia tanto universale, cattolica
ed eminentemente attuale come quella di monsignor Josemarìa
Escrivá" (card. Franz Hengsbach, vescovo di Essen).
-
"Mons. Escrivá invita appassionatamente a mettere Cristo al
vertice di tutte le attività umane in modo che da tutti gli
ambienti sociali e professionali scaturisca un moto ascensionale di
elevazione a Dio di tutte le realtà temporali" (card.
Michele Giordano, arcivescovo di Napoli).
-
"Appartiene ormai alla storia e al tesoro di tutta la Chiesa" (card.
Sergio Pignedoli).
-
"Uno degli eroi del nostro secolo" (card. John J. Carberry, arcivescovo
di Saint Louis).
-
"Uno dei più grandi santi di tutti i tempi" (card. Maurice
M. Otunga, arcivescovo di Nairobi).